Acqua Sacra Romanzo di Keith Henderson (edizioni Kirke – Avezzano) Presentazione del 5 settembre 2017 – Sala Conferenze Palazzo Dosi – Rieti

Romanzo che sviluppa una narrazione particolarmente dinamica, tanti temi compresi in un itinerario che si muove sul tema del RITORNO, tema canonico della letteratura da Omero a Cesare Pavese, da Itaca alle Langhe; ma è la prima volta che protagonista è una donna, Susanna Ricci, che non ha nostalgia del coniuge, sentimentalmente ormai perduto: la sua Itaca è nell’Abruzzo marsicano, vicino alle nostre montagne e ci sappiamo immedesimare in questa nostalgia, la sentiamo quasi nostra.

Colpisce per esempio l’affinità paesaggistica, che viene descritta quando la protagonista nel colloquio con Rosaria evidenzia la nebbia che sembra restituire il lago del Fucino sotto monte Velino: quello che succede in inverno quando dalle colline intorno alla piana reatina la nebbia sembra restituire il Lacus Velinus. Come anche alcuni profili paesani tanto somiglianti ai nostri.

E che belle le parole che l’autore mette in bocca a Rosaria e che hanno una forte tensione emotiva: “La chiamano l’anima del lago. Non è mai completamente scomparso e come un fantasma ci perseguita. Madre Natura lo rammenta. E vuole che ritorni “. Quasi una sfida quella dell’uomo che ha violato l’ordine naturale: ci si può aspettare una vendetta della natura violata.

Dicevamo un ribaltamento: una donna simbolo del ritorno, ma in tempi di globalismo ecco che i Proci da Itaca si disperdono nel resto d’Italia, si chiamano Mafia, Ndrangheta e non hanno l’esclusiva peninsulare, perché nei fatti narrati si intrecciano percorsi malavitosi che raggiungono il Canada e il Nordafrica.

NOSTALGIA DI UN RITORNO PER METTERE SOTTO ACCUSA IL NOSTRO TEMPO? CERTAMENTE.

Gli intrighi ben articolati nella storia familiare di questa donna danno l’opportunità di offrire uno sguardo su questo nostro tempo così segnatamente negativo. Nelle prime pagine incontriamo la protagonista che dal Canada è tornata nel suo paese d’origine per restaurare una casa danneggiata dal terremoto dell’Aquila. Il fallimento del matrimonio pare voler esaurire l’allontanamento dal tetto natio, quasi un pretesto per un rientro dell’anima nell’ambito più autentico. Un romanzo di sentimento, la conquista di un buon ritiro dunque, ma non è così. La donna non si sente finita anzi. Agguanterà l’occasione per ricominciare una vita lavorativa autonoma. Ma sarà proprio questo che la porterà su percorsi avventurosi e densi di pericoli.

Emergeranno così i vari profili di parenti e amici, ma anche di sconosciuti che tramuteranno quello che poteva sembrare un romanzo sentimentale in un vero e proprio poliziesco. Tratti che offriranno al lettore spunti di riflessione su temi del nostro tempo, dei nostri giorni. Argomenti che emergono nei media a ogni pié sospinto, che tormentano le coscienze. E sì perché anche nella piccola entità territoriale del piccolo paese marsicano è arrivata la mano nera della malavita. E che riscontri.

Gli scenari narrativi mutano, si allontanano, raggiungono orizzonti impensabili, entrano in campo riscontri lontani anni luce dalle tiepide giornate paesane. Ci si sposta in palazzi rigogliosi di vita mondana ad altissimi livelli, si torna a Montreal si scoprono i lati oscuri di una malavita a cinque stelle che ha una ramificazione perfino nel paesello marsicano e che fa diventare protagonista, suo malgrado, la povera Susanna. Non solo Montreal: i confini si dilatano fino a raggiungere i paesi del Nord Africa, fino ad attualizzarsi all’oggi con il dramma dell’emigrazione. Il nostro autore non esibisce l’attualità, riesce ad inserire in una trama avvincente fatti e personaggi che potremmo incontrare in ogni momento.

Farabutti in doppio petto accanto a manovali e braccianti dell’efferatezza, ingenui e fedifraghi si alternano sullo scenario in una tragedia che a momenti sa diventare farsa.
Come quando si scoprono tutte le follie burocratiche alle quali è sottoposta la protagonista, che non sa entrare nei meccanismi della burocrazia italica che si perde in giravolte incredibili, per il restauro della casa della madre con tutti i problemi amministrativi, con le ditte che inventano mille pretesti per ritardare o annullare i lavori. Ma anche personaggi in carne ed ossa c’è perfino spazio per il figlio di Gheddafi, con la storia del Perugia calcio, che riesce ad inserirsi a proposito come sa ben fare Henderson condendo la cronaca con la storia. Ci sono i “cafoni” di Ignazio Silone. E numerosi personaggi della vita politica italiana dei nostri giorni. L’ayatollah Komeini che si dichiara stanco della “moschea e del seminario” e che beatifica in versi l’apertura della taverna. Dunque dicevamo un romanzo che sa vestire anche gli abiti del poliziesco, che sa stimolare la riflessione, che fa movimentare la narrazione sollecitando la tensione narrativa che prende il lettore.

Ma il romanzo è soprattutto narrazione attenta sul personaggio Susanna. Meno di venti righe per presentarcela, con un profilo attento, essenziale ed esaustivo. Una vita condensata in meno di venti righe:

“Susanna Ricci era in subbuglio. A quarantadue anni, il suo matrimonio stava andando a pezzi. Non poteva più nasconderlo. Era soltanto questione di tempo prima che lei e suo marito si sarebbero ritrovati davanti ai legali, per discutere di quel che restava di vent’anni di vita insieme. I loro due figli erano furiosi con entrambi e il maggiore faceva i capricci, come solo un diciottenne sa fare. In più, suo padre era morto recentemente, i suoi genitori avevano lasciato alla figlia una casa abbandonata e fatiscente e Susanna era così ad Acqua Sacra per sistemare tutti i casini che aveva intorno. Non aveva lavoro e poche prospettive di trovarne, almeno nel suo campo. Ma era una donna istruita, aveva visto così tanto. “Perché non fai la segretaria?” aveva insistito sua madre, una volta, durante uno dei loro frequenti battibecchi. Susanna voleva, invece, laurearsi. “Storia, mamma”, le aveva detto. “Voglio conoscere la mia cultura”. E riuscì a farlo, ma poi quando Logan entrò nella sua vita lei abbandonò tutto (stupidamente, pensò col senno di poi) e non scrisse mai la sua tesi di laurea.”

Una donna, dunque, che ha dovuto lottare contro le avversità della vita, con i difficili rapporti con la sorella Laurella, a cominciare dalla differente situazione matrimoniale.
Per Susanna come ci ricorda l’autore, il matrimonio “era maturato infelicemente, e alla fine era fallito”, quello della sorella “impeccabile”, perfino le certezze ostentate delle figlie di Laurella, lanciate con sicurezza nelle scelte universitarie, ben contrapposta alle titubanze dei figli. Il diverso atteggiamento che hanno nei confronti del luogo di origine, che sentono ormai lontano, anzi che avversano palesemente come dichiara la figlia maggiore a proposito dell’Italia, dopo il suo rientro in Canada: “è tutto vecchio e rotto”.

Lo scontro con la sorella è ben chiaro: due caratteri diversi, due modi di pensare all’opposto; feroce la sintesi con la quale Laurella si riferisce al luogo d’origine “puzza”.
Avversaria risoluta nei confronti della madre che aveva espresso il desiderio di ristrutturare la casa: “Perché sprecare soldi su un relitto”. Laurella era felice nella sua nuova dimensione non aveva nostalgia, l’aveva abolita e aveva negato il passato.

Stimolo per riflettere: Laurella personaggio ben consono al nostro tempo. Viviamo un’epoca che sembra voler abolire la nostalgia e negare il passato, nell’illusione di vivere un’eterna fanciullezza. La sindrome di Peter Pan nega la nostalgia perché rifiuta il trascorrere del tempo. Il fascino della nostalgia rende invece sacro quel passato. Non puoi rifarlo né cancellarlo.

Rientriamo nella vicenda che sa anche caratterizzarsi nella concretezza degli avvenimenti. La morte del titolare dell’impresa che stava effettuando i lavori di restauro della casa della madre nella quale Susanna da ragazza era vissuta. Porta di nuovo momenti problematici per l’esito dell’iniziativa che parte dalla madre ma che coinvolge direttamente e sentitamente Susanna. Quanta differenza con Laurella che invece ha esaurito completamente i legami, deracinee, totalmente sradicata ben felice dei suoi “viaggi in crociera, la confusione, la gente, le cene in abito da sera”.

Totalmente a suo agio nella nuova dimensione esistenziale. Anche perché economicamente ben salda con il suo matrimonio. Situazione diversa da Susanna che deve cercarsi anche un lavoro dopo l’abbandono del marito. Sarà proprio quel lavoro a metterla poi nei guai, a farle correre i rischi e qualcosa di più; se poi si pensa che sia stato proprio Len, il suo ex marito a spingerla verso quell’impiego si avverte di più la problematica situazione esistenziale di questa donna. Donna di sentimento Susanna, attenta nel rapporto non sempre facile con i due figli, che però la sostengono quando ha paura di non essere all’altezza per il lavoro che dovrà affrontare. Susanna torna ad Acqua Sacra e si impegna affrontando piccoli grandi problemi per quella benedetta casa. Sono proprio queste difficoltà esistenziali che ci fanno apprezzare questa donna nel percorso narrativo del romanzo. E soprattutto l’apprezzamento è per la su grande onestà e capacità di svelare il velo dei traffici spregevoli che si muovono intorno ai fatti della sua vita.

Ma è il tema del ritorno e della nostalgia che si possono cogliere nella sua personalità.
La nostalgia caratterizza le persone forti che non hanno timore di guardare al passato.
Susanna è capace di sistemare i pezzi del passato, capace di fare della vita un percorso compatto. La sua sensibilità la porta a preoccuparsi per i figli, ad esaudire il desiderio della madre, ad affrontare con coraggio le situazioni difficili nelle quali suo malgrado verrà coinvolta. Insomma un personaggio a tutto tondo intorno al quale ruota il romanzo.
Il ritorno in Abruzzo come possibilità di riconciliarsi con un mondo lontano per il quale avverte una distanza non facilmente abbattibile.

La ritroveremo ad Acqua Sacra in una situazione certamente scomoda, con i lavori sospesi nella casa, lo scontro con la madre di chi avrebbe dovuto concludere il restauro.
Ma anche coinvolta suo malgrado in una operazione ben oltre le righe della normalità, in cambio dell’immunità dall’azione giudiziaria che si stava mettendo in atto in Canada.
Il suo sconcerto per quella situazione è ben evidenziato nella puntuale messa appunto psicologica che Keith Henderson sa rendere perfettamente con una serie di metafore che si sommano nella riflessione che Susanna fa con se stessa, il disappunto per le montagne russe, la sofferenza per le vertigini, la guida tranquilla, il non voler imparare a sciare. Nella parte finale del libro il clima si intensifica verso il poliziesco. E qui la fantasia e la realtà dei nostri tempi si coniugano in situazioni che danno un sapore ancora diverso e arricchente per questo romanzo così vivace.

Lascio ai lettori la scoperta di questa ulteriore qualità del libro. Mi resta da fare alcune brevi considerazioni sulla divisione del libro 4 parti, 38 capitoli e un epilogo. Una costruzione ben strutturata, ogni capitolo recita una sua parte, lo scrittore ha saputo condurre l’affabulazione in modo coinvolgente; il lettore sviluppa il percorso seguendo un filo rosso che sa dipanarsi in modo appropriato a seconda della scrittura proposta: nel dialogo fitto o spezzato, che ci porta ad immedesimarci nei personaggi e a provare le più diverse sensazioni: rabbia che si traveste in diplomatica persuasione, auscultazione della natura che sa manifestarsi in modo piacevole, ma anche ad evidenziare la sua malvagia forza.
Insomma un convincente esercizio di tecnica narrativa, un esemplare e coinvolgente testo che ti prende dalla prima all’ultima pagina. Veramente un bel libro.

— GIANFRANCO FORMICHETTI, assessore alla cultura, Città di Rieti, autore di Vita di Antonio Vivaldi, Giunti Editore

DC Writers on Podcast (AELAQ)

Poet Greg Santos’ interview on AELAQ’s podcast Inside the Frozen Mammoth is now online. Greg discusses his current project and reads from The Emperor’s Sofa and Rabbit Punch!

Novelist Kenneth Radu’s podcast interview (Butterfly in Amber, Earthbound, Sex in Russia) provoked “many a chuckle at the computer desk.”

Listen to or download either on iTunes at http://aelaq.org/podcast/

And Sometimes They Fly — Not Another Black Superman Story

Not Another Black Superman Story

Draw him, colour him, dress up as him—I think every kid remembers the first superhero he created.  Not that first ideas are always the best.  My concept, at age eight or nine, was awful. The character was wealthy Reginald Van Buren.  His sidekick was his muscular manservant—whose name I can’t recall—and very British.  Their alter egos: Black Butterfly and Brown Derby.

Years ago, on safari, Van Buren discovered a giant black pearl that gave him, when rubbed, the powers of a butterfly, including wings.  I hadn’t fleshed out an origin for Brown Derby, whose name came from the kind of hat he wore.  (As I said, first ideas.)  I got two or three pages of very rough colour pencils done in a blue Hilroy exercise book before I moved on to my next comics project: Lieutenant Laser Eyes!

These dreams of a grade-school comics creator were derivative, built on conventions of the genre: wealthy hero, faithful and able sidekick, fateful adventure, mysterious powers.  The ideas behind the characters needed converting or embellishing.  Where the characters had true merit was in my aspirations: all the lead heroes mentioned above were black, with traits and speech drawn from people I knew, people who looked, sounded and acted like me in Montreal’s West Indian community, my immediate community at the time.

Throughout high school and university, this trend/inclination/artistic choice (I’m not sure what to call it since I wasn’t conscious of it back then) continued.  My character Bobcat, leader of a Canadian superhero team, was black.  Safeguard of the North—my answer to Captain Canuck and Guardian and Northguard—was black; or at least not as white as the great frozen country he represented might expect him to be.  Despite buying comics where the main heroes were usually white—or maybe because of this—it never occurred to me how unusual my choice was.  I was a black boy creating black heroes.  What was so unusual about that?  Seeing myself in them was about making reality more real, more complex and complete.  But it was somewhat unusual, and a decision I could not take for granted when writing my novel And Sometimes They Fly about a trio of would-be heroes from the Caribbean whose time it is to rise up.

The people that you meet

For nearly twenty years, I’ve taught research methods and research-paper writing to BFA Graphic Design and Studio Art students at Barbados Community College.  A number of the students are into graphic novels.  They read them and write them and draw them in their spare time or as part of their major and minor graduation exhibition projects.  According to current statistics, approximately ninety percent of Barbados’ population is of African descent, with the rest being of mixed European and Asian ancestry.  My students’ environment is, therefore, visibly black. When these students enter the programme, however, many of them show work that is heavily inflected by Japanese anime and manga; their panels are not populated by characters who look like them or the people they are most likely to meet in their neighbourhood.

One of my students shared a story in class about creating a character in high school that was a protector of Barbados.  The hero’s familiar was a water dragon.  When one of his teachers asked him why his hero wasn’t black, or why the character didn’t reflect his creator’s own culture in other ways, he told her these thoughts had not occurred to him.  At all.  Another student in the class, one of my best and brightest and also an aspiring graphic novelist, said he could never find the epic in Caribbean stories, that spark to fire great works.  The cartoons from Japan he and his classmates watched, the comics from that country they read, seemed more resonant than anything their history or reality might make possible.

The crime—let’s call it that—wasn’t that too many of my students couldn’t see the epic in their own people’s stories, which included vast kingdoms and empires, ancient knowledge and fables, the middle passage, slavery, colonialism, Independence movements, post-colonialism, neo-colonialism, indigenous mythology and folklore.  The crime was—is—that they had never thought to fan the fire themselves: to create what was missing, to suggest what was possible, to write the stories about their own people that they wanted to read.

Part of the problem was the social engineering they had undergone as Barbadians, which I examine in And Sometimes They Fly.  My students and many Barbadians like them were raised to believe other people’s heroes saved the world, not their own.  Who would these worthy men and women be anyway?  Their politicians didn’t call in the good guys when the going got tough; they considered themselves the good guys, and had put commemorative plaques on buildings and open spaces all around the island that essentially said so.  Coupled with a decline in oral storytelling not redressed by a more active publishing industry, this belief in the outside hero has spelt the demise of the fantastic in much of Barbadian Literature.

Beyond the analogous

Not entirely, of course.  Barbadians—and their stories—are more tenacious than my students might think: more entertaining, more epic, more idealistic, and hence more enduring.  Try, as Bajan or world critic, to dismiss writers like Kamau Brathwaite, Geoffrey Drayton, Paule Marshall, and Timonthy Callender.  You’d be missing out if you weren’t aware of others like Glenville Lovell, Ronald A. Williams, Karen Lord, and Matthew Clarke.  It takes cultural consciousness to resist the drag of negative foreign incursion; the kind of cultural consciousness that can conceive of anything, including a black Superman.

But not a black Superman.  Despite successful renderings of, say, a black Green Lantern or a Latino Spiderman, I never wanted coloured analogues of my favourite heroes.  I wanted originals of my own, fighting battles people rather like me would fight.

When I came to write And Sometimes They Fly about twenty years ago, it was not as a literary or fantasy novel but as a superhero comic about a group of young people who fought to save the world.  At some point over the years, I decided to tell the story in prose instead, yet I, too, was still missing that sense of the epic: Who were these young people, meaning where did they come from, and whose world were they fighting to save?  The tragedies of 9/11, which seemed to touch on everyone’s life everywhere on this planet, provided the necessary perspective, as metaphor for cataclysmic conflict, and moment for godlike redemptive intervention…if one so chose.

Yet it was the folklore of the Caribbean, of Barbados specifically, that provided contemporary context, the proper symbols and an ongoing socio-historical discourse out of which the story could emerge. Barbados has ten national heroes, all revolutionaries, one of them—a sports icon—still living.  Apart from village, community and city characters who are legend for their colour and brilliance or ingenuity, the country has a lively mythology of Anansi (a cunning, storytelling man-spider), baccous (wicked or mischievous spirits made flesh), heartman (the bloody scourge of hard-ears children who stay out too late), and djablèses (a very Caribbean kind of succubi).

Heroes and villains abound in our culture.  The epic in any work comes from the writer’s understanding of his (or her) people and their place in history, what we might call Time, here, even if his people are embodied in an individual or their place is no larger than a village.  His people, regardless of their number, race, faith or colour, are inevitably humanity itself, or his conception of it.  Events in Egypt or Syria can have magic or tragic consequences for a family or woman in Barbados or Trinidad.  The epic reveals the possibilities of a grander world, one made up of the worlds we already know and of others we still struggle to explain.  To imagine ourselves onto that boundless landscape, as writers and readers, is no privilege, nor should it be viewed as a burden.  It is merely our right, and our responsibility.

Upcoming in next two weeks

Uuestrie – North Hatley

Friday, June 2, 2017: 7:30 pm

201 Main St., North Hatley, QC

Featuring Keith Henderson

Acqua Sacra

Kenneth Radu

Money Matters

Organized by The Community of Unitarian Universalists

Meet the Authors Potluck at 6 p.m. in Stoddard Hall (downstairs)

Admission free

info@uuestrie.ca – 819-842-4146

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Books & Biscotti – Montreal

Thursday, June 8, 2017: 7 pm

Casa d’Italia, 505 Jean-Talon E., Montreal, QC

Featuring Keith Henderson

Acqua Sacra

together with Licia Canton, Domenic Cusmano,

Connie Guzzo-Mcparland, Monica Meneghetti, Pier Angelo Piccolo

Organized by The Association of Italian Canadian Writers, Guernica Editions, and Casa d’Italia

Admission free

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Books & Biscotti – Woodbridge

Saturday, June 10, 2017: 6:30 pm

7412 Kipling Ave., Woodbridge, ON

Featuring Keith Henderson

Acqua Sacra

together with Gianna Patriarca, Darlene Madott, Silvia Falsaperla,

Bianca Lakoseljac, Lillian Conti

Organized by the Ciociaro Social Club

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Books & Biscotti – Ottawa

Sunday, June 11, 2017: 3 pm

Featuring Keith Henderson

Acqua Sacra

together with Licia Canton, Domenic Cusmano,

Connie Guzzo-Mcparland, Monica Meneghetti, Michael Mirolla,

Pier Angelo Piccolo, Frank Spezzano

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Events

Blue Met Spring Launch

Thursday, April 27, 2017: 8 pm

Le Salon Jardin, Hotel 10, 10 Sherbrooke W., Montreal

Featuring Tom Abray, Keith Henderson

Where I Wanted To Be

Acqua Sacra

together with Jason Camlot, Kenneth Radu, Steve Luxton, and John Emil Vincent

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Blue Met Ad

Readers’ Favourite (US) 5 Star Review – Acqua Sacra

Acqua Sacra
by Keith Henderson
Fiction – Social Issues 236 Pages
Reviewed on 03/31/2017
Book Review
Reviewed by Charles Remington for Readers’ Favorite

Suzanna Ricci’s marriage is on the rocks, leaving her feeling a failure. In Acqua Sacra by Keith Henderson, she is charged by her mother with the renovation of the old family house in Acqua Sacra, a small village in the Abruzzo region of Italy. She is grateful to escape Montreal and the accusing eyes of her family, to leave behind the legal minutiae of divorce and attend to the rebuilding of the earthquake-damaged house. There she faces a different set of problems: Italian bureaucracy, a helpless architect, and feckless builders. But while attending a family wedding in Rome, she meets the senior partner of a Montreal law firm who, prompted by her ex-husband, invites her to join his organisation in a junior capacity. Initially suspicious of the motives involved, she nevertheless accepts the invitation and quickly finds she is enjoying her new job.

The work in Acqua Sacra, however, grinds to a halt with builders defaulting on contracts, disappearing from site and demanding additional payments to cover unforeseen difficulties. When she is offered the chance to undertake a small project in the Abruzzo region for her new employers, she is at first grateful for the opportunity and hopes the visit will also allow her some time to revive the renovation of her family home. But as the reality of her assignment becomes clear, she begins to realise that she is involved in no simple task and is in real danger. Forced to act for the Canadian security services in a plot involving the Mafia and the Libyan regime, struggling to deal with the machinations of her employers and the demands of her ex-husband, and dealing with Italian architects and builders, can she possibly survive the seething maelstrom in which she has become embroiled?

Acqua Sacra is a compelling book, dealing with both personal and family issues, and more broadly political and commercial issues. Keith Henderson has created a pacey narrative written in the style of a good thriller, which takes in the harrowing effects of divorce, the feelings of failure and their effects on the family, along with Mafia involvement in the Canadian construction industry and all levels of Italian politics and commerce. It deals with corruption at every level and the difficulties of being an honest, caring individual in a world seemingly rotten to the core. An interesting, though sometimes worrying book for anyone who cares about our planet. I thoroughly enjoyed Acqua Sacra and do not hesitate to recommend it.

Acqua Sacra
by Keith Henderson
Fiction – Social Issues 236 Pages
Reviewed on 03/31/2017

Translations and Anthologies 2017

At the invitation of the AELAQ (Association of English-language Publishers of Quebec), Kenneth Radu and Montreal writer-translator Licia Canton passed a pleasant hour chatting about the literary life in Montreal and Quebec. Held in the Atwater Library, their conversation was taped for a future podcast, part of a series of writers talking about their writing hosted by the AELAQ. Many thanks to Anna Leventhal and Merrianne Couture for their kind invitation and arrangements.

A French translation of Kenneth Radu’s story The Pretender from his collection Earthbound will appear in an anthology of short stories by English Canadian authors, slated for publication by  Éditions Prise de Parole. To quote the publisher: “The resulting collection will not only sketch a panoramic portrait of literary translation in Canada today, but will also showcase a series of contemporary authors writing in the short story.”

Great Jones Street, the US web publisher, will be republishing Peter Dubé’s “Cerberus” from his collection At the Bottom of the Sky, DC Books 2007.

Edizioni Kirke will shortly be publishing an Italian translation of Keith Henderson’s latest novel, Acqua Sacra, DC Books 2016.

 

Fairfield by Robert Sandiford – ArtsEtc Review

What Robert Edison Sandiford gives us in his latest short story collection, Fairfield, is the apparent restoration and enhancement of stories that were bound and concealed in a stationery box belonging to a deceased Barbadian-born author. Sandiford brings thirteen of these “Last Sad Stories of G. Brandon Sisnett” (the collection’s subtitle) to us in a seemingly random way which propels us to create an order out of seeming disorder.

Death, loss and memory permeate this collection, and what Sandiford shows us is that there is nothing orderly about any of these things. The book starts where, chronologically speaking, it should end; but we all know that sometimes it takes a specific experience, person or even a word to cause a memory to resurface.

It is because of this reality that, in the “Big O,” Ed needs to hear the news of Orville’s death to prompt the memories that follow in the stories “Michel” and “Funk.” Even though these three stories are the only stories where the characters recur, they are spaced out across the collection, mixed among a web of other people’s memories united by one thing—loss.

It is Orville’s prevalence in the collection and his inability to overcome loss that makes him one of the most compelling characters in Fairfield. Orville Sobers, known to most as The Big O and much like Sisnett, has suffered from the grief of losing a child, the dissolution of a marriage, and facing death in his forties. It is because the two mirror each other that I find it very striking that Sisnett didn’t use Orville’s character as a voice to express his own grief; instead, he puts Ed, Orville’s best friend’s brother, someone who only knew Orville by association, to tell Orville’s story. It is as though Sisnett moved himself as far away as possible from this mirroring character because (perhaps) he, like Orville, could not overcome his own losses. In the book’s (fictional) “Foreword,” Sandiford, as Sisnett’s “editor,” believes it is Sisnett’s biography that makes his themes more understandable to the reader, and I fully agree.

Orville isn’t the only recurring aspect of the collection; another is the word “Fairfield.” In “They Build Houses Here Now,” the ex-US Airforce pilot, whose remorse stems from his experiences “serving” his country, was stationed at a base in Fairfield. Fairfield is also the name of the house of a suicide in “The Hours In-Between” as well as the name of the particular bus that a little girl leaps head first into in “Jumbie Tribe.” Every time Fairfield is mentioned, some aspect of loss is present to the point that Fairfield becomes synonymous with loss and, by extension, death.

Even though the other stories aren’t so concretely connected, we see stories of mass killings that lead to stories of political unrest. We see the name Michael used as inspiration in one story then used to propel us into a story entitled “Michel” about a young boy subjected to bullying and prejudice.  We see a story about a man’s unexpected suicide precede the story of an abused child’s suicide. Fairfield makes us dive further into the stories no matter how much we like to stay on the sidelines. It implores us to piece together the fragments of memory and their dichotomies as well—of home and elsewhere, suicide and natural death, heterosexual and homosexual relationships.

Here, memories become physical. In “Massiah,” one powerful head of a political party etches hers on her skin. Memories, like our pains and the people we love, eventually fade away. The difference here is that there is something more durable about them once written down or passed on. Just like the contents of Massiah’s skin, these memories refuse to be done away with.

Fairfield is a layered collection of stories. Thematically melancholy, the book is knitted together with invigorating aspects of Barbadian and Canadian culture that create a contemplative read.